Finestre Sull’arte

Lopera non deve occupare lo spazio: deve riformularlo”. Intervista a Federico Fusj – luglio 2018

Federico Fusj (Siena, 1967) è un eclettico artista contemporaneo, sperimentatore alla costante ricerca di nuove possibilità e nuovi linguaggi per fondere esperienze artistiche anche apparentemente lontane. Sua è per esempio l’idea di una “radio arte”, che considera disciplina simile alla pittura o alla scultura. Formatosi all’Istituto d’Arte di Siena e all’Accademia di Brera, Fusj ha studiato con Alik Cavaliere, Andrea Cascella e Luciano Fabro, ha esposto in contesti nazionali e internazionali (per esempio al Troubleyn Laboratorium di Jan Fabre ad Anversa, al Museum SMAK di Ghent, alla nona edizione di Sonsbeek ad Arnhem, alla settima Biennale dell’Avana). È inoltre fondatore della stazione radiofonica Radioarte e dell’etichetta di produzione artistica Inner Room. Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare le sue particolarissime ricerche. Intervista a cura di Ilaria Baratta.

IB. Nel 2016 ha organizzato un trekking culturale per porre sull’eremo di Sant’Onofrio la scultura in onice bianco Fonte Y accompagnata da una Peshitta, una versione siriaca della Bibbia. L’iniziativa era legata al monachesimo cristiano: cosa ha significato per Lei quest’iniziativa? Come le è nata l’idea? In quale misura le Sue opere sono legate al sacro?
FF. La manifestazione è stata organizzata dall’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, ideata dal suo direttore, il professor Marco Brandizzi, e curata dal professor Enzo de Leonibus. Si trattava di individuare dei percorsi di arte e spiritualità negli eremi dell’Abruzzo, riportando alla luce questa grande tradizione precedente a Celestino V. Nel caso specifico, ho organizzato questo trekking culturale perché sono intendevo partire dalla realtà del territorio, ovvero l’eremo di Sant’Onofrio all’Orfento, che è uno degli eremi più isolati della zona, e peraltro è semidistrutto: il senso non era tanto quello di esporre un lavoro in una sede, ma creare una sorta di percorso. A me personalmente interessa molto creare una dinamica attorno alle opere, non mettere me in prima posizione né, tanto meno, affrontare un aspetto isolato: andare in quel posto ha significato coinvolgere tutta una serie di energie e di creare una serie di sinergie. Quanto al discorso nel sacro, il mio presupposto non risiede tanto nell’andare in un luogo sacro, ma cercare di ragionare su ciò che può essere sacro oggi. Vorrei introdurre un termine, hamakom, “il luogo” [in ebraico, ndr], per quanto mi riguarda il sacro non è un luogo al di fuori, ma il sacro è il luogo dell’esperienza, e della memoria dell’esperienza stessa. È ovvio che il termine “sacro” significhi “messo da parte”, per un’occasione speciale o per un evento speciale, o anche per una dimora speciale, come nel caso degli eremi. Quindi con questi presupposti mi sono avvicinato a questa manifestazione e ho pensato di portare una fonte, da cui potessero scaturire delle nuove esperienze per tutti coloro che fossero entrati in contatto con l’opera stessa. Quello che è straordinario è che pensavamo di non trovare nessuno, perché è un luogo davvero impervio, ma nel momento in cui siamo arrivati lì, improvvisamente sono apparse tantissime persone, attraverso la boscaglia, la sterpaglia. Abbiamo quindi documentato il tutto, siamo stati piacevolmente contraddetti da queste presenze che spuntavano improvvise.

IB: Nello spazio della Inner Room a Firenze, nel 2013, ha allestito la sua retrospettiva personale Altolocato. Una mostra che ha sottolineato la Sua attenzione per la riflessione personale, metafisica, in uno spazio, presentato da Lei come “città interna”, in quanto luogo in cui ogni membro dell’abitazione sviluppa il proprio talento e non come semplice luogo della quotidianità. Quanto è importante per Lei la ricerca meditativa nell’arte? È fondamentale per Lei esporre le Sue opere in uno spazio che sia legato in un certo modo al significato delle Sue opere?

L’Inner Room è una etichetta di produzione artistica, nata a Siena nel 2010, e ha operato a Firenze su invito di amici proprietari di un appartamento che s’inserisce nella tradizione architettonica fiorentina del secondo Dopoguerra: un appartamento molto importante, che prende in considerazione lo spazio e la luce proponendo una sorta di quinta di proscenio, peraltro riprendendo un linguaggio architettonico fiorentino risalente all’età rinascimentale. La riflessione sullo spazio, e sulle opere nello spazio, senz’altro può essere riferita a quanto ci siamo detti poco fa: a me piace dialogare con lo spazio, mi piace assumere lo spazio, mi piace assumere le accidentalità. E mi piace non rimanere isolato e non cercare un isolamento: credo che noi tutti in realtà siamo un uno, e ci muoviamo tutti insieme. E lo stesso vale per le opere, chiamate a muoversi e ad abitare dentro uno spazio e, per quanto mi riguarda, anche a riformulare lo spazio. Quindi l’opera d’arte non ha un ruolo di occupazione di uno spazio, ma ha un ruolo di dialogo e di riformulazione continua dello spazio. In questo può risiedere la parola “meditazione”. Nella mia cultura, la parola “meditazione” è quell’accezione che significa “mettere in pratica”: chi ascolta la parola e la mette in pratica è altrimenti tradotto “chi ascolta la parola e la medita”. Quindi il senso di meditazione è riferibile alla poesis, cioè al fare, dove questo “fare” significa ricostituire continuamente, attraverso l’opera, lo spazio attorno a noi.

IB: Lei ha introdotto nell’attività artistica lo strumento radiofonico, creando la “Radioarte”: una novità per l’arte contemporanea. È una commistione tra arte e suono. Come Le è nata quest’idea? 

Quest’idea è nata dalla distanza, se vogliamo, nella quale mi sono trovato a vivere, per scelta e per necessità, rispetto ai centri della mia formazione artistica, come Milano, e ai centri della mia successiva operatività, prevalentemente Roma e altre città anche all’estero. Ho quindi sentito il desiderio di coniugare una mia passione, la radio, uno strumento con il quale mi sono formato, che ho amato e tuttora amo e che tuttora sento vicino, con l’arte: così facendo, quasi ad occhi chiusi, ho sentito il desiderio di creare “Radioarte”, una sorta di radio dedicata a un mondo dell’arte e a tutti coloro che lo vivono. Proseguendo in questa esperienza ho avuto la possibilità, nel 2001, durante la mostra Sonsbeek ad Arnhem, grazie alla sensibilità di Jan Hoet e del suo staff curatoriale che hanno sposato quest’idea, di poterla attuare. L’esperienza poi si è ulteriormente arricchita: attraverso l’Associazione Zerynthia, quando abbiamo costituito Radioartemobile, con la Fondazione Europea di Cultura, e per ultimo con l’Accademia Chigiana, con la quale abbiamo iniziato una collaborazione per cui Radioarte è la radio ufficiale del Festival Chigiano. Radioarte oggi è una stazione radiofonica web: mi sono trovato da artista sperimentatore di questo media a editore di un linguaggio che nel frattempo si è evoluto, mettendo a regime esperienze precedenti. Quindi siamo partiti senza sapere cosa ci aspettava, e nel frattempo abbiamo visto crescere e svilupparsi quella che poi, secondo noi, è diventata una vera e propria disciplina, pertanto all’interno di Radioarte oggi noi ci facciamo promotori di una disciplina artistica, che noi consideriamo tale, esattamente come la scultura, la pittura o altre esperienze d’arte sia contemporanea che classica.

IB: In occasione della Sua mostra “Roeh”, nel 2012 ha avuto l’onore di esporre una serie di marmi alla Pinacoteca Nazionale di Siena. Una di queste opere è stata inserita nella collezione permanente della Pinacoteca. Da artista senese, cosa ha provato nel vedere le proprie creazioni nel museo più importante della Sua città d’origine?

Onestamente… incredulità: questa è stata la prima parola, la prima reazione. Tutto è nato in occasione dell’assegnazione dell’incarico per la realizzazione del monumento per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, che prevedeva un esame da parte della soprintendenza. Nel momento in cui il soprintendente di Siena è entrato in contatto con l’opera “Roeh”, ha desiderato averla in collezione. E da qui è nata l’idea della mostra. La Pinacoteca Nazionale di Siena, inutile dirlo, non è solo uno dei musei più importanti di Siena, ma è uno dei musei più importanti del mondo, perché ci sono conservate grandi opere d’arte che hanno segnato la storia dell’arte a livello internazionale. Per quanto mi riguarda, il fatto di essere in quella sala mi sembra sia un riconoscimento a questa ricerca che sto facendo e all’intimità che ho con le opere che sto realizzando. Questo per me è il dato più importante. Il fatto che “Roeh” sia stata messa all’interno di una sala in un certo senso mi fa riflettere su quanto io stia facendo in relazione a un percorso storico ben preciso. Per me è un momento di riflessione costante dal quale, in qualità di esecutore di queste opere, mi sento onorato: in poche parole, io sono né più né meno che un accompagnatore di queste opere, e le accompagno dove sono richieste, dove sono amate, dove sono conservate. Il fatto che ce ne sia una all’interno della Pinacoteca Nazionale di Siena è per me un grande onore e un grande stimolo.

IB: Come abbiamo appena ricordato, tra le sue opere scultoree, ha avuto l’occasione nel 2011 di compiere un altorilievo per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La sua arte ha un rapporto con la storia? Pensa che la tradizione storica possa convivere con la sperimentazione?

Sì, penso che la tradizione storica possa convivere con la sperimentazione. Credo che la posizione storica che stiamo vivendo sia molto chiara: il fatto che sia stata scelta un’opera per rappresentare un monumento importante come questo all’interno della tradizione senese (siamo a contatto con il Duomo di Siena: il campo visivo è quello) pone una continuità. È interessante che questa continuità sia stata scelta dalle istituzioni: operare in quell’area e dare la possibilità di creare in quell’area è stata una scelta istituzionale. Questo mi sembra un dato interessante, perché l’istituzione ha chiamato l’artista a compiere un servizio, un servizio (se mi è consentito) di grande valore aggiunto e per il quale sono grato. Questo perché è dal servizio che scaturiscono le opportunità, e non dalle opportunità che arriva il servizio. Credo che questa sia una dimensione politica, intesa proprio come riguardante il cittadino, e si tratta di un gesto che, ho avuto modo di constatare, è stato molto profondo. L’Italia purtroppo subisce quello che la sua storia in un certo senso ha trascritto, quindi tutto ciò che è culturalmente ascrivibile all’Italia è qualcosa che in qualche modo ha perso significato e valore. La sconfitta, la resa, sono un qualcosa che gettano un’ombra sulle generazioni. Questo crea un pregiudizio, un pregiudizio formale che poi si riflette su quello che le generazioni vivono. Compito dell’arte e dell’artista credo sia anche quello di porre un interrogativo su ciò che è la continuità, inevitabile, di una nazione come quella dell’Italia in una cultura come quella italiana. Io rifletto anche in questo senso.

IB: Le Sue sculture, nella maggior parte marmoree, appaiono malleabili: la materia con cui sono realizzate sembra plasmabile se ci si sofferma sugli incavi, sulle sezioni anche geometriche alle quali Lei dà forma nel marmo. A cosa si ispirano le sue creazioni? 
Si ispirano all’unità con il sentire primario interiore, all’inscindibilità, alla coerenza. In una parola al governo di noi stessi.

IB: Oltre alle sculture, ha realizzato anche opere su carta. Si definisce più scultore o artista che realizza sculture e dipinti? A cosa si ispirano i Suoi dipinti?
I miei dipinti si ispirano alla scrittura, allo spazio, alla parola. E lo fanno personificando il colore nella vita materica. Mi interessa un risultato materico che emerge dall’opera: in poche parole io licenzio queste opere quando vedo che hanno raggiunto qualcosa oltre il quale non si può andare, qualcosa di misterioso. Quando riesco a fermarmi vuol dire che siamo arrivati. Come mi definisco? Mi definisco qualcuno che ha una necessità, e in tal senso la scultura è il mio primo amore, perché è attraverso questa pratica che ho scoperto il linguaggio artistico, all’età di undici anni, quindi per me è continuativo, fa parte della mia storia, della storia della mia persona. Lo stesso vale per la pittura come mezzo espressivo. Dunque cosa posso essere, uno scultore che dipinge o un pittore che scolpisce? Mi voglio definire… un “radiofonista visivo”.

IB: A quale progetto sta lavorando e quali sono i Suoi progetti per il futuro?
Inizio a portare a compimento, in questo periodo, la serie di sculture che si basa su quella acquisita dalla Pinacoteca di Siena. Saranno trentatré formelle che costituiranno un’opera unica, un ragionamento attorno a quella che è la nuova scultura che m’interessa portare avanti. Inoltre ci sono altri progetti che si stanno delineando in questo periodo e dei quali è prematuro parlare. Ho però in mente il progetto di morire vuoto, cioè di arrivare alla fine e di aver messo fuori tutto quello che ho dentro. Questo è il mio progetto per il futuro.

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